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  • francescamister

Dolomiti Extreme Trail 103K… perché farla (e non farla).

Non è la prima 100k, non per me, che qualche anno fa avevo già messo in saccoccia (si dice così?) la CCC (circuito UTMB). Ma è la prima portata a casa così bene, senza fatica e senza crisi. E soprattutto senza dolori muscolari nei giorni successivi. E poi è stata la prima gara vissuta da sposata e con mio marito. Dirlo, “mio marito”, mi fa sentire vecchia. Una vecchia felice di poter fare tutte queste cose e di non perdere neppure un secondo di questa corta, fantastica, meravigliosa esistenza. Fantastica e meravigliosa come la DXT della Val di Zoldo, anche se non certo corta!


Lunga la DXT, con salite e discese toste e tecniche e, in questa edizione 2022, anche il privilegio di percorrere il sentiero Tivan, perla dolomitica di rara bellezza sull'alta Val Zoldana alle falde del Monte Civetta. Per i vincitori (e i vinti) andatevi pure a leggere una delle tante cronache di gara.

Per farvi venire voglia di partecipare all’edizione 2023 invece, oppure per farvela passare del tutto, continuate in questa lettura.

Partiamo innanzitutto dalle motivazioni per cui la DXT è una gara da NON fare: se siete allergici ai grandi dislivelli, se preferite le gare della domenica dove dopo un paio di orette ci si ritrova già a fare il terzo tempo oppure quelle in cui potete farvi fregio dell’ultimo modello di scarpa o di manicotto acquistato, questa gara non fa assolutamente per voi. Semplicemente perché, se sceglierete di fare la 103 chilometri, nessuno degli atleti in gara avrà il tempo (o la voglia) di ammirare il vostro outfit. Gli occhi saranno puntati sui panorami, la testa sarà sempre impegnata a risolvere al meglio gli enigmi dettati dalle radici affioranti dal terreno, dalle rocce e roccette su cui inerpicarsi, dalle discese talmente ripide da richiedere più tempo rispetto alla salita. E poi la fatica. La fatica non è da sottovalutare, mai, soprattutto se alle spalle non avete un allenatore con le p… (fa anche rima!) come Andrea Begnis, una brava nutrizionista come Francesca Mister (evviva i paninetti!!) e un massaggiatore come Francesco Pizio che qualche giorno prima ti ha fatto il trattamento defaticante. E poi delle famiglie che, ad ogni ristoro, erano presenti per assistere alla nostra vittoria (o alla nostra disfatta). Uno sguardo, un abbraccio, una carezza, le coccole alla mente e al cuore che, nelle ultra, fanno sempre molto bene e risultano di grande aiuto.

La 103k parte alle 22. Sei lì, in mezzo a tutti. Sei un numero tra i numeri, in un misto di emozione e preoccupazione. La frontale già accesa in testa, la lucina rossa che ti lampeggia dietro alla schiena. Al via l’esercito di lucciole parte, di corsa ovviamente, perché almeno i primi 2 chilometri su strada, quelli dove ti vedono tutti, sono da correre. Lo fai per te stessa, per loro che ti guardano, perché pensi che tanto non correrai più (o quasi). Cammini “forte” tutta la notte, a volte nei primi 10 km qualcuno ti sorpassa di corsa, ma tu pensi che tanto lo ritroverai dopo, prima o poi. E in molti casi è stato vero. Su 220 alla partenza, solamente 150 sono arrivati alla fine… un numero indicativo. Durante la nottata la frontale illumina il sentiero “a giorno”, quasi troppo, e decido di diminuirne la potenza perché mi sembra di essere il faro di un motorino. Era qualche anno che non gareggiavo nella notte e come ogni volta è la consueta, bellissima, sensazione di pace interiore. La luna piena illumina le montagne spruzzate di neve, devono essere uno spettacolo. Che mi si apre davanti agli occhi, come il paradiso all’improvviso, quando i primi raggi di sole fanno capolino da laggiù. Una magia quando la skyline si fa mano a mano sempre più luminosa, iridescente, come una lama luminosa che tagliando il cielo a metà divide la notte dal giorno.


La DXT è la 100k che, insieme al preparatore Begnis, abbiamo scelto come avvicinamento al Tor Des Géants. Meno di un terzo di quella che sarà LA gara, anche se qualcuno mi ha detto che la DXT è molto più tecnica del Tor. Chissà…

La notte prima notte passa velocemente, così come la giornata. Il ritmo delle ultra (se come me non punti alla vittoria) è qualcosa di estremamente semplice: camminare veloce ma non troppo, qual tanto che basta per aver il fiato per chiacchierare, mangiare ogni un tot per far sì che lo stomaco non si chiuda, bere ma non in maniera smodata. È un continuo misurare le forze, per non rimanere a secco prima della fine. Impari ad ascoltare ogni minimo segnale e a conoscerti. Senti ogni battito, lo senti dentro, senza bisogno di fasce cardio o aggeggi vari. Senti quando batte troppo forte e rallenti, perché sai che quando batte così stai per “sfasare”. Impari che quando senti quel senso di quasi vuoto nello stomaco è perché stai per avere un calo (di zuccheri molto probabilmente) e che quindi, ovunque tu sia, devi infilare in bocca una riserva d’emergenza (nel mio caso un gellino Enervit al limone). E sai che quando invece ti si apre lo stomaco per un paninetto (con butto di arachidi e prosciutto cotto o tacchino) allora ce ne stanno anche due. Lo stomaco “aperto” per me è una “finestra”… come la finestra di bel tempo sugli Ottomila, e in quanto tale va sfruttata al meglio. Impari a non ascoltare il muscolo che fa male o la pianta del piede che, proprio al centro, comincia a dare qualche problema. Impari che è meglio vestirsi prima di avere freddo e spogliarsi prima di avere caldo, farlo dopo potrebbe essere problematico. Impari a dosare tutto insomma, perché il segreto di un arrivo “fatto bene” sta proprio nel dosaggio. Così non vinci, certo, ma d’altra parte a vincere io manco ci ho mai pensato. Anche se è successo… per pura casualità, e fortuna, ma è successo.

Della DXT rimangono nel cuore i paesaggi, le pareti sulle quali gli occhi disegnano vie da scalare (l’anno prossimo magari?), le salite troppo in salita e le discese troppo in discesa. Troppo dura? No, fattibile con una buona preparazione e gestione delle energie. I volontari ai ristori, quelli rimangono nel cuore. I sorrisi. Gli abbracci. Il melting pot di nazioni a cui appartengono gli atleti in gara. Il bello di fare la gara più lunga è quando ti arriva da dietro (e ti sorpassa) uno della 75k, o della 55k, e mentre passa ti dice “Good job, you can do it”, “Good job girl, go go go”. Vai, puoi farlo, è la frase che ti ripeti chilometro dopo chilometro. E poi ce la fai per davvero. Arrivi. Quasi senza accorgertene. A un certo punto "uno" ti dice che mancano tre chilometri alla fine. Solo tre! E la mente fa un calcolo elementare. Sei a cento. Sono passate 26 ore e sei a 100. Sono passate 26 ore, 100 chilometri e 7000 metri di dislivello, che hai salito, e poi sceso... e sei a 100 finalmente. Le ginocchia, le spalle, ogni muscolo e ogni singolo peletto esultano per quei 100k. E ti chiedi se potresti continuare. Sì, certo che sì. Ma là c’è l’arrivo e quindi va bene anche arrivare e bersi quella birra che negli ultimi due mesi è mancata così tanto. E sorridere. E ricordarsi l’unico motivo per cui fai (faccio!) queste gare: l’arrivo. Ognuno ha i suoi demoni, ognuno ha le sue motivazioni. C ‘è chi si emoziona alla partenza, io? Io lo faccio all’arrivo.


Il presente articolo è stato scritto dalla protagonista del DXT 103 km Tatiana Bertera e pubblicato su www.tbpress.it/2022/06/dolomiti-extreme-trail-103k-perche-farla-o-non-farla/





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